Mons. Paglia: vivere umanamente anche la morte

Fine Vita. Convegno con la World Medical Association

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Saluto di apertura del Presidente Della Pontificia Accademia per la Vita

S.E.Mons. Vincenzo Paglia

Aula Vecchia del Sinodo, 16 novembre 2017

Desidero anzitutto esprimere la mia gratitudine alla Associazione Mondiale dei Medici per aver voluto coinvolgere la Pontificia Accademia per la Vita in occasione del Congresso della sezione europea. Il tema del Congresso, significativo per l’intera società umana, rende ragione anche della scelta della sede – il cuore stesso della Città del Vaticano – per un confronto alto sulle domande difficili che il nostro tempo ci pone. Abbiamo bisogno di luoghi in cui il dialogo possa avvenire oltre le passioni che si scatenano riguardo a temi scottanti e controversi, non solo per il pluralismo che caratterizza il mondo di oggi, ma anche per la spinta esercitata da eventi resi clamorosi dalla cronaca. E’ quanto mai opportuno infatti non fermarsi alle prime reazioni e agli aspetti emotivi, ma ricercare le ragioni profonde delle scelte da compiere per il bene. È uno dei compiti essenziali che Papa Francesco affida alla Pontificia Accademia, nella sua apertura all’orizzonte universale della sensibilità umana sui temi fondamentali della vita. Il nostro metodo non segue la logica del conflitto ideologico e della dittatura di un’opinione, bensì la ricerca condivisa di un terreno comune su cui anche opinioni differenti possano trovare punti di convergenza in riferimento alla verità dell’essere umano. Sicuramente l’argomento delle scelte da compiersi alla fine della vita è da annoverarsi fra questi temi. E siamo davvero grati al Santo Padre che ha voluto rivolgerci il Suo saluto offrendoci anche alcuni criteri per orientare le difficili decisioni che si pongono nell’assistenza alla persona nella prossimità della morte.

Nell’aprire il confronto tra di noi - lascio poi la parola al prof. Franz Ulrich Montgomery per il suo intervento di introduzione – vorrei sottolineare alcuni aspetti del tema del Congresso partendo dal ruolo dirimente attribuito alla persona malata nel valutare e nel decidere quanto riguarda la proporzionalità delle cure. E’ un principio tanto semplice da affermare in teoria, quanto difficile da interpretare nella pratica. Le difficoltà crescono soprattutto quando la persona non è più in grado di esercitare la propria competenza decisionale. È in tale frangente, infatti, che le Dichiarazioni anticipate di trattamento possono fornire all’équipe curante una valida indicazione sulla volontà dell’ammalato. Naturalmente occorre che esse vengano raccolte con le dovute attenzioni. Prima fra tutte, la qualità della comunicazione che dovrebbe caratterizzare il dialogo nel percorso che conduce alla loro formulazione. Occorre evitare di ridurre le Dichiarazioni a un atto burocratico, avulso dal contesto medico-sanitario e privo del conveniente accompagnamento in un clima di reciproca fiducia.

E qui vale il forte richiamo alla prossimità amorevole di cui parla il Santo Padre nel messaggio che ci ha rivolto. Una prossimità che non deve essere intesa in un’ottica paternalista e dirigistica, in contrasto con l’autodeterminazione. L’autonomia conserva un ruolo centrale, come afferma giustamente la Dichiarazione di Ginevra che la vostra Associazione ha di recente rivisto (World Medical Association, The Physician’s Pledge, ottobre 2017). Tuttavia, consapevoli che all’autonomia vengono attribuiti diversi significati, essa a mio avviso non va considerata in una prospettiva individualista e astratta, quanto piuttosto relazionale e concreta. Da una parte infatti la vita e la libertà sono sempre intessute di relazioni con gli altri. Sia la vita che la libertà non sono mai del tutto privatizzabili, come se riguardassero un individuo isolato, quasi non avesse legami con i suoi familiari e con una cerchia più ampia di persone. Dall’altra, la libertà è sempre condizionata da molti vincoli interni e pressioni esterne, soprattutto quando ci si trova – o ci si proietta anticipatamente – nella sofferenza della malattia, che rende più fragili e vulnerabili.

E sappiamo anche che la parola “dignità” può rivestire significati diversi: può essere interpretata in chiave relazionale, nel solco della tradizione del pensiero europeo di cui Kant costituisce un esempio insigne, oppure secondo una visione tesa a difendere l’individuo dalle intrusioni del potere costituito, mettendo l’accento più sull’autodeterminazione che sulla responsabilità. Credo sia importante non interrompere il dialogo tra queste due prospettive. Ed è mia convinzione che la linea più promettente in cui si potrà trovare una comune radice è quella che riconosce la costitutiva relazionalità degli esseri umani e l’esigenza di reciproco riconoscimento che è alla base della umana convivenza.

Un punto in ogni caso è imprescindibile per tutti: ossia accompagnare e sostenere chi soffre, in particolare quando il momento della morte si avvicina, evitando ogni forma di abbandono (terapeutico). Su questa linea forse potremmo fare un passo avanti, insieme. Espressioni come “sospendere i trattamenti” (peggio ancora “staccare la spina”) potrebbero essere superate in favore di termini più capaci di indicare che le “cure continuano”, adottando protocolli sostenibili e trattamenti non inutilmente invasivi, modulando gli atti di cura secondo le effettive esigenze della persona e le fasi concrete del decorso della sua malattia.

Il Papa ha inoltre richiamato la distinzione tra sospensione di cure sproporzionate ed eutanasia, cioè tra accettare la morte e cagionarla intenzionalmente. Ora potrebbe sembrare che una tale distinzione non prenda in considerazioni la fattispecie del suicidio assistito. In questo caso infatti non è il medico che interviene agendo in prima persona per abbreviare la vita, ma egli si limita a fornire all’ammalato i mezzi, conoscitivi e operativi, per procurarsi (autonomamente) la morte. Tuttavia una tale partecipazione al corso di azioni che la persona malata chiede di intraprendere, implica la condivisione dell’intenzione di togliersi la vita (nei termini della morale tradizionale, si tratta di cooperazione formale, in questo caso in un atto illecito).

Occorre quindi riflettere con attenzione sulle domande che si pongono nel caso del suicidio medicalmente assistito, perché la loro portata va ben oltre la dimensione privata, individualisticamente intesa, e investe la sfera pubblica, l’alleanza tra società e professione medica. Come infatti può abbreviare la vita chi ha ricevuto l’incarico di curare la salute e di operare per la difesa del diritto umano fondamentale che la sua tutela costituisce? Che impatto può avere sul rapporto di fiducia tra medico e persona malata? E anche qualora ci si volesse basare su una autonomia intesa in senso stretto non si finirebbe per contraddire nella pratica quanto si afferma in teoria? Infatti, sapendo quanto sia vulnerabile la libertà nelle situazioni concrete di sofferenza, come ben illustrano le traversie del consenso informato, si giungerebbe a una conseguenza altamente problematica: quella di legittimare decisioni fortemente condizionate da fattori esterni (sociali) o interni (psicologici), e quindi non effettivamente autonome, e per di più irreversibili, poiché l’esito è la morte.

Di fronte a questa situazione, il fatto di rimanere in vita, certo nel contesto di cure proporzionate, non lascia forse una più ragionevole – e umana – possibilità di rivedere le convinzioni cui ci si era remotamente appellati (queste sì reversibili), alla luce di nuovi spunti di senso che possono scaturire dall’incontro con gli altri che curano e sostengono fattivamente nella condizione difficile? Il fatto che alcuni, poi, pur capaci di esercitare la loro libertà di scelta in modo più compiuto, siano tecnicamente e/o amministrativamente esonerati da questa opzione remota, può essere sottovalutato come elemento puramente formale, a fronte del valore fondamentale che viene in campo insieme con la congiuntura critica che sollecita la decisione? Queste domande, e altre che potremmo aggiungere, sono oggetto di dibattito da lungo tempo. Tuttavia, oggi sono particolarmente urgenti e vanno ponderate nelle loro implicazioni e ragioni, secondo la migliore tradizione della vostra Associazione, che procede nell’affrontare le questioni etiche con attenzione e prudenza tanto maggiori quanto esse sono più nuove o complesse (cfr WMA, Medical Ethics Manual, 2015 p. 25).

Sono convinto che il confronto di questi giorni sarà serio e profondo, sempre nella ricerca delle vie migliori per la promozione della salute, la difesa della persona umana e dei suoi fondamentali e inalienabili diritti. In fondo, il lavoro umano di cura, che fronteggia la vulnerabilità materiale e spirituale di noi umani, in qualsiasi forma e professione, vive già sempre sul filo del paradosso anti-utilitaristico. Ma è il paradosso che ci rende umani.

Gli uomini e le donne delle quali ci sentiamo impegnati a prenderci cura, da che mondo e mondo, sono creature mortali. E da questo non le guariremo. Eppure, nulla è più universalmente qualificante e commovente della nostra quotidiana lotta contro i segni dolorosi della fragilità che annuncia la nostra condizione mortale. Noi lottiamo strenuamente perché non sia l’avvilimento della morte a decidere il valore della vita. Lottiamo, perché non sia la malattia a decidere l’utilità della nostra vita, il valore della nostra persona, la verità dei nostri affetti. Noi accettiamo la nostra condizione mortale. Resistiamo all’illusione delirante di poter cancellare il mistero di questo estremo passaggio, con i suoi dolorosi segni di contraddizione. Il lavoro della cura è il nostro impegno a rendere umana questa accettazione, impedendole di diventare complicità. Insomma, noi ci rifiutiamo di fare il lavoro della morte: anche solo simbolicamente. L’atto della cura accetterà – e aiuterà ad accettare – il proprio limite invalicabile: con tutta la delicatezza dell’amore, con tutto il rispetto per la persona, con tutta la forza della dedizione, di cui saremo capaci. Nessun atto di cura, però, vorrà portare il segno di quella complicità con la morte: nemmeno nell’apparenza.

Cari amici, è questa la sfida – difficilissima e umanissima – che deve accomunarci. L’accompagnamento ad accogliere la necessità di vivere umanamente anche la morte, senza perdere l’amore che lotta contro il suo avvilimento, è l’obiettivo della “prossimità responsabile” alla quale tutti, come essere umani, siamo chiamati. L’intera comunità deve esserne coinvolta. Non staremo a guardare la morte che fa il suo lavoro, senza fare nulla. Ma non faremo il lavoro della morte, che ci libera dal disagio, come fosse un atto d’amore. L’amore per la vita nella quale abbiamo amato e ci siamo amati non è più solo nostro: è di tutti coloro con i quali è stato condiviso. E così deve essere, sino alla fine. Nessuno deve sentirsi colpevole del peso che la sua condizione mortale impone alla comunità dei suoi simili. Perché siamo umani, e l’idea umana della cura contrasta l’idea della malattia come esclusione dalla comunità e colpa imperdonabile. Per non dire del vangelo, naturalmente, che ce ne libera anche teologicamente.