Trasformare l'umanità dall'interno e rinnovarla

XXI ASPAC, Bangkok 24 novembre 2017

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Trasformare l’umanità dall’interno e rinnovarla

don Andrea Ciucci - Pontificia Accademia per la Vita

XXI ASPAC, Bangkok 24 novembre 2017

 

 

Una storia, per iniziare

 

Claudia e Marco hanno vent’anni e si sono innamorati l’uno dell’altra tre anni fa, una storia bella e semplice, come tanti altri adolescenti e giovani. Quando li ho incontrati, alcune settimane fa a Milano, il loro volto non era però fresco e sorridente: un velo di tristezza segnava i loro occhi e Claudia ha continuato, per tutto il tempo della conversazione, a muovere le mani nervosamente. È incinta da tre mesi. Da subito, insieme, hanno deciso di tenere il bambino, ma questa nuova presenza, questa nuova vita che cresce nel grembo di Claudia, da subito ha iniziato a cambiare la loro esistenza. Hanno iniziato a vedere e immaginare la loro vita di coppia in modo diverso, si sono scoperti improvvisamente preoccupati del futuro (i giovani occidentali a vent’anni sono spesso irresponsabilmente spensierati), si sono messi subito alla ricerca di un lavoro, hanno cancellato tutta una serie di cose che pensavano di fare nei prossimi anni e una nuova to do list ha occupato le loro menti e i loro cuori. Al contempo si sono sentiti impreparati e, malgrado le famiglie li hanno da subito sostenuti, spaventosamente soli o, meglio, coinvolti in prima persona in un modo che mai avevano sperimentato prima: in questa storia erano protagonisti insostituibili e decisivi; quello che potevano, dovevano fare per questo bambino in arrivo potevano, dovevano farlo soltanto loro.

Mentre beviamo qualcosa insieme provo a superare il lato negativo che subito appare; mi congratulo con loro per la scelta fatta di accogliere questa nuova vita imprevista; mi faccio raccontare da loro quanto già vogliono bene a questa creatura che non hanno ancora visto; domando loro quale nome vogliono dargli; lascio emergere, dalle loro parole, la bellezza di cambiare tutta la loro vita per il nuovo arrivato e, quando a un certo punto glielo chiedo, ci commuoviamo tutti e tre perché, si!, si scoprono disposti a morire per lui.

Grazie a una vita che cresce dentro il ventre di una ragazza, l’esistenza di due giovani è completamente trasformata, resa nuova: acquista il sapore della responsabilità, impara la vertigine del futuro, si scopre capace di un dono radicale, prende la forma dell’amore.

La vita stessa trasforma dall’interno l’esistenza umana e la rende nuova, in un modo potente, sorprendente, coinvolgente.

 

 

 

Interni intriganti

 

 

Il titolo di questa relazione che mi è stato proposto è intrigante proprio per quel “dall’interno” che invoca logiche, luoghi e tempi specifici; talvolta l’esistenza umana è rinnovata da fatti e fattori esterni, magari straordinari, forse anche tragici, altre volte invece essa si sviluppa in modo ordinato e costante, quasi a confortare i nostri sforzi personali o educativi. Il mistero di Dio si svela e si propone, con il suo carico di Buona Notizia che trasforma e converte la nostra umanità altrimenti tutta chiusa su stessa, in ogni occasione e situazione, gioiosa o tragica, quotidiana o eccezionale. Certo però, è la logica dell’Incarnazione che ci impone questo punto di vista, se c’è un luogo e un modo privilegiato con cui Dio opera nella storia dell’uomo e lo invita alla conversione, questo è proprio quello operato dal di dentro: Dio si immischia, si mette in gioco, non elude la storia ma la assume in pieno, fino in fondo; per salvare l’uomo si fa uomo, per dare la vita dona la sua vita.

Vorrei dunque soffermarmi sul “da dentro” che il titolo chiede e Dio privilegia, per provare a riflettere con voi su alcune caratteristiche peculiari di questo modo e sulle sue conseguenze. Cosa significa che la vita si trasforma e rinnova dall’interno?

 

 

 

Storicità ineludibili

 

 

L’interno dice subito uno spazio preciso, un qui e un’ora, un punto di vista particolare e unico, come unica e preziosa è la vita di ciascuno. Questo collocarsi ineludibile della possibilità della trasformazione della vita umana è uno dei grandi guadagni della cultura contemporanea occidentale che, anche su questo punto, si mostra positivamente figlia dell’esperienza cristiana. La parzialità che ogni singolarità consegna non è un limite all’universalità della verità, bensì è l’unica possibilità che questa sia sperimentata e riconosciuta nella vita concreta delle persone. Basta guardare Gesù: il Figlio di Dio sceglie un’epoca particolare (l’ VIII secolo dalla fondazione di Roma, come si usava contare allora gli anni), un luogo preciso (Israele), una lingua (forse addirittura un dialetto) con cui si rivolge agli uomini e alle donne del suo tempo, guardandole negli occhi, chiamandole per nome, toccandone le ferite. Tutto sommato un orizzonte estremamente limitato (tre anni di ministero pubblico ai confini di un impero) per colui che dice di essere il Figlio dell’uomo e noi riconosciamo essere il Verbo Incarnato, ma in realtà mai limitante il pieno dispiegarsi di quella presenza. Gesù, quell’uomo concreto, è la verità, non una teoria, una filosofia, per quanto ispirata dal Vangelo.

È quello che Papa Francesco scrive all’inizio di Amoris Laetitia (n 3): Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano. Questo succederà fino a quando lo Spirito

ci farà giungere alla verità completa (cfr Gv 16,13), cioè quando ci introdurrà perfettamente nel mistero di Cristo e potremo vedere tutto con il suo sguardo. Inoltre, in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Infatti, «le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale […] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato».

La vita cambia e si rinnova nella concretezza della storia e grazie ad essa; anche la riflessione e le idee, fossero quelle del più alto magistero ecclesiastico, ne fanno parte e non la eludono. Persino le formulazioni dogmatiche sono scritte in un tempo preciso, in una lingua particolare, rispondono a domande e questioni specifiche.

Le persone sono più importanti delle idee: per questo non esiste motivo alcuno per cui sia giustificabile un aborto, per questo non può esserci colpa così grave da essere punita con la pena di morte. I cristiani abitano la storia, la amano, la rinnovano standoci dentro, subendone anche le contraddizioni che essa consegna. Ce lo spiega bene Gesù, con la parabola del grano e della zizzania (cf. Mt 13,36-46) (quel mix che non può essere sciolto di bene e male che segna la storia), e più ancora quando afferma, in modo micidialmente aderente al nostro tema del “di dentro” che: «Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro» (Mc 7,15).

Il rinnovamento dell’esistenza umana che avviene dall’interno ha sempre una forma storica, particolare; non possiamo eluderla né, men che meno, ritenerla nemica della verità. Una proclamazione dell’ideale che non fa i conti con la storicità dell’esistenza umana rischia di diventare uno sterile appello moralistico, talvolta addirittura la proclamazione di quella legge, stigmatizzata da san Paolo, che condanna e non salva nessuno.

 

 

 

 

 

 

Racconti potenti

 

 

La centralità della storia, entro cui solo accade il cambiamento e il rinnovamento della vita umana, ha una conseguenza linguistica interessante: la vita anzitutto si racconta, solo in parte e solo dopo si può spiegare o definire. Il racconto mette in scena la storia, rispetta il qui e l’ora, ha bisogno di soggetti concreti, dice nomi e cognomi, rappresenta l’intrigo dei fatti, coinvolge l’ascoltatore, produce nuovi scenari, solo in parte prevedibili dal narratore.

Oggi molti, consci della potenza comunicativa del racconto, presentano e diffondono storie più che presentare teorie o astrazioni; talvolta corrono però il rischio di usare la narrazione solo come metodo per dire in modo più efficace ciò che hanno già in mente: si cercano le storie per confermare le teorie già deliberate in precedenza. È una forma ideologica e, a lungo andare, sterile.

Dobbiamo invece trovare il coraggio di assumere il linguaggio del racconto fino in fondo, sapendo che certamente esso ci offrirà qualcosa di parziale, di non perfettamente coincidente con i nostri desideri, anche in qualche modo macchiato dall’opacità che segna ogni esperienza umana. La vita si rinnova non con racconti agiografici ma grazie alla condivisione di storie.

Se da un lato questa impostazione mette in luce il limite di ogni cambiamento costruito su uno schema di tipo deduttivo, è però vero che il linguaggio narrativo evita anche il rischio opposto, induttivo, che, in termini teologici, ha il nome eretico di modernismo, pratica per la quale ognuno si inventa e si adatta il Vangelo a suo piacimento.

Certo la pluralità che la storicità impone può sconcertare qualcuno che vorrebbe poche idee fisse per sempre cui tutti devono adeguarsi senza discussione alcuna, ma la verità, diceva il grande teologo von Balthasar, è sinfonica e non monodica, e per giungere alla bellezza di una grande sinfonia è necessario che ogni strumento suoni la sua parte, diversa da tutte le altre, insieme a tutti gli altri. Così, per giungere alla totalità della Buona Notizia di Gesù, che è la verità, abbiamo bisogno di quattro Vangeli, non di uno solo.

La qualità parziale di ogni narrazione è, in realtà, il suo punto di forza: il suo non dire tutto e spiegare ogni cosa apre territori nuovi, permette all’ascoltatore di trovare il suo spazio nel racconto e di inventare il suo percorso originale e autentico in risposta a una parola offerta, che interpella, conforta, talvolta critica come “spada a due tagli che penetra nel vivo della carne (cf. Eb 4,12). La narrazione apre al mistero: ecco perché ogni domenica a Messa proclamiamo il racconto evangelico e non un brano di un trattato di cristologia. La narrazione rispetta e sostiene la libertà: tutti speriamo sempre di vero cuore l’happy end finale, ma dobbiamo ammettere che le storie migliori sono quelle che non sappiamo come vanno a finire, perché coinvolgono realmente la libertà delle persone e così, spesso nel bene, ci sorprendono.

 

Relazioni inclusive

 

 

Dobbiamo ammettere che oggi proprio il tema della libertà, che dobbiamo custodire perché dono prezioso di Dio, corre il serio rischio di essere travisato. Gesù ci ricorda che è la verità a renderci liberi, cioè il nostro incontro con Lui. Perché la libertà è per sua natura relazionale e non, come spesso si pensa oggi, rottura di ogni legame, vissuto come limite insopportabile. Anche Papa Francesco ha più volte ricordato che viviamo in un tempo di egolatria, dove l’io si immagina assoluto, sciolto cioè da ogni possibile legame, e per questo si crede libero. In realtà ne esce soltanto terribilmente solo. La libertà, la vita è generata nella relazione e crea continuamente relazioni; così ogni rinnovamento nasce nell’incontro delle persone. Non si è liberi da qualcuno o qualcosa, si è liberi per qualcuno, grazie a qualcuno.

La vita rinnova dall’interno le nostre esistenze mettendoci continuamente davanti infinite possibilità di comunione, ricordandoci la nostra qualità sociale, il nostro essere da subito due, uomo e donna, perché “l’uomo non è fatto per essere solo” (cf. Gn 2,18).

Nel Vangelo c’è un personaggio chiamato “colui che separa”, è il diavolo, il cui nome greco deriva proprio dal verbo diaballo: separare. Chi divide è demoniaco!

La via si rinnova offrendo spazi di condivisione, abbattendo e non innalzando muri ideologici o fisici, promuovendo pratiche inclusive e non esclusive. E chi usa il tema dell’identità cristiana, per marcare una differenza separatrice, nell’annunciarla la smentisce, la nega. Perché i cristiani sono per eccellenza uomini e donne che costruiscono comunione, che fanno comunione, proprio a partire da quel gesto che più di ogni altro ci contraddistingue, che è l’Eucaristia, pane spezzato per molti, per tutti.

Certo, questo non significa accettare acriticamente o imprudentemente qualunque cosa. Proprio perché il desiderio di comunione che segna l’esistenza umana si è realizzato sulla croce di Gesù, è costato la vita del Figlio di Dio, che di due ha fatto un popolo solo (cf. Ef 2,14), esso è questione di una serietà infinita, chiede una responsabilità unica, una prudenza sapiente, insieme a una profezia audace e potente. E così, se talvolta ci troviamo nella condizione di dover gridare con forza e reagire potentemente davanti al male che mostra il suo lato peggiore, lo dobbiamo fare allo stesso modo di una madre che, quando arriva a punire un figlio disobbediente, soffre più del bambino per la punizione comminata, e poco dopo lo ricopre di baci.

 

 

 

 

 

Fecondità dirompenti

 

 

L’immagine materna introduce la quarta osservazione.

Più di tutto la vita genera vita, sempre, subito. Non so se vi è mai capitato di vedere qualche video che mostra, al microscopio, la riproduzione cellulare: in uno spazio infinitesimale si può osservare un movimento eccezionale, uno sviluppo esplosivo, un aumento a dismisura di vita; come il traffico nel centro di Bangkok! Perché la vita è così.

Il secondo esempio è ancora più evidente, seppur maggiormente complicato. La forza della vita che si affaccia con tutta la sua volontà generativa si mostra nella libido sessuale, certo tra le forze più potenti in assoluto che agiscono nella storia umana e che emergono dall’intimo di ognuno. Così potente che piega qualunque cosa ai suoi fini, talvolta anche la libertà umana, che si sperimenta spesso incapace di custodirla nella sua qualità realmente generatrice e la riduce alla sua forma egoistica. La sessualità umana, nella sua comprensione culturale, scientifica e antropologica (nell’esperienza umana non esiste mai la natura in sé e per sé, fuori da una comprensione culturale e quindi, ancora una volta, storicamente connotata), credo che sia uno dei luoghi più significativi in cui possiamo cogliere i dinamismi di rinnovamento dall’interno della vita.

Proprio per questo, è anche uno dei luoghi pedagogici più interessanti e fecondi, soprattutto per quella fascia di età che è l’adolescenza, in cui questa passione, questa pulsione emerge con forza inaudita e trasforma la vita. Sogno dei corsi di educazione sessuale che annuncino e propongano con forza la positività di quello che i ragazzi e le ragazze sperimentano nelle loro personalità in cambiamento; auspico progetti educativi che aiutino gli adolescenti a scoprire che ciò che provano, in modo anche potente, è la vita che li rinnova, che esplode dentro di loro, e che questo è bello, è grande, è dono di Dio, sì, è anche sacro. Quando troppo velocemente, nei nostri percorsi di educazione sessuale e affettiva, diciamo e proponiamo dei NO, per quanto spesso sapienti e umani, rischiamo di perdere l’immenso SI, potente e suadente, che tale realtà porta in essa, vero e proprio dono dell’adolescenza.

La vita si rigenera dall’interno ponendo sempre e continuamente la questione della generazione, imponendo cioè una domanda di senso e di fruttuosità alle singole scelte di ognuno, mostrando la sterilità come maledizione dell’esistenza.

Di questa qualità, come avrete capito, mi colpisce soprattutto la sua forza dirompente, che si chiama passione e che sgorga dal cuore dell’uomo. Le cose più grandi e più belle, le decisioni più eroiche e efficaci sono state prese anzitutto per passione; e anche quando poi è necessario, perché certamente è così, un certo ordine e una grande disciplina, questa duplice faticosa ascesi è assunta per la passione che abbiamo per il risultato, per il frutto che vogliamo ottenere.

Voglio cogliere qui l’occasione per ringraziare ufficialmente, a nome della Pontificia Accademia per la Vita, tutti voi, per la vostra passione per la vita che vi caratterizza e vi ha portato qui oggi, per il vostro aver dedicato alla vita umana, soprattutto a quella più piccola e indifesa, le vostre migliori energie, la vostra intelligenza, il vostro tempo: la passione per la vita, il vostro impegno perché ogni vita possa nascere e nessuna vita possa spegnersi per l’egoismo umano, pensateci bene, ha trasformato anzitutto la vostra vita, l’ha resa feconda, veramente umana.

 

 

 

Limiti insuperabili

 

 

Un’ultima osservazione.

La vita si rinnova dal suo interno dentro un’esperienza che consegna, insieme a una vitalità incontenibile, un limite insuperabile. Malgrado tutti i nostri sforzi, non siamo mai del tutto padroni di noi stessi; vorremmo essere perfetti, nel corpo, nelle idee, nei risultati; vorremmo essere belli, buoni, intelligenti, aitanti, sani, simpatici, amabili, coerenti, giusti, liberi; vorremmo vivere intensamente e per sempre. Ma la condizione mortale è ineludibile, non possiamo cancellarla.

L’Occidente questo fatto proprio non riesce a digerirlo, non ce la fa ad accogliere la limitatezza dell’esistenza. In passato, almeno dalle mie parti, abbiamo cercato di comperarci l’immortalità sacrificando agli dei, chiedendo loro cosa dovevamo fare per trattenere quella vita che agita ogni uomo e ogni donna sulla terra. Oggi che abbiamo amabilmente archiviato Dio, con tutti gli annessi cultuali e morali connessi, un nuovo idolo si affaccia potente, almeno per molti, e coltiva l’illusione di una vita senza fine: la tecnologia.

Attenzione! Come ogni altro frutto dell’ingegno umano, anche l’apparato tecnologico che segna in modo estremamente importante la nostra vita quotidiana, è una cosa buona, veramente buona. La tecnologia, soprattutto in campo scientifico, ha davvero dato speranza a milioni di uomini e donne che fino a cinquant’anni fa non potevamo neanche lontanamente immaginare. Dobbiamo ringraziare Dio per questo e la passione - ancora una volta riemergono potenti le passioni del cuore - di tanti scienziati e ricercatori che hanno trovato soluzioni incredibili a molti problemi della gente. La tecnologia è un dono prezioso di questa nostra epoca, ma non elimina il limite.

Percepiamo questa cosa quando cogliamo la forza delle questioni morali che, come ogni ambito umano, essa porta con sé: la tecnologia è eticamente sfidante, ovvero ripone con forza la questione dell’umanità e della vita; anche del limite insuperabile.

Lungi dal demonizzare la forza della tecnologia, oggi siamo piuttosto chiamati a ridire le ragioni dell’umano dentro questa incredibile possibilità che ci è data e che non è da rifiutare. La promessa di un allungamento della vita fino, al limite, alla promessa di immortalità è l'argomento più convincente di cui dispone la società tecnica: chi è disposto a rinunciare ad una vita più lunga e più sana in nome di una supposta "naturalità"? Perché si dovrebbe rifiutare l'offerta che la tecnica ci fa di superare tutti i limiti? Elenco solo tre luoghi dove questa domanda diventerà sempre più feroce nei prossimi anni: lo human enhancing, la possibilità di non lasciare al caso la generazione, l’integrazione tra uomo e macchina offerta da una raffinatissima tecnologia robotica. Naturalmente tutte cose costosissime, per i pochi ricchi di questo mondo!

La vita, dal suo interno, ci consegna un limite, ci rinnova così. Non però per condannarci, bensì per affidarci, cioè per renderci liberi. La migliore spiegazione di questa intuizione me l’ha offerta il vescovo di Milano che mi ha cresciuto da giovane, mi ha ordinato prete 25 anni fa e che credo anche molti di voi hanno sentito qualche volta nominare: il Cardinale Carlo Maria Martini. Qualche anno prima di morire (dopo un lungo Parkinson) parlava della paura di morire (perché i cristiani hanno paura di morire come tutti gli altri) e così scriveva:

Vivere è convivere con l'idea che tutto prima o poi finirà. La morte è come una sentinella che fa da guardia al mistero. E' la roccia che ci impedisce d'affondare nella superficialità. E' un segnale che ci costringe a cercare una meta per cui valga la pena vivere. Ostentare ricchezza, potere, sicurezza, salute, attivismo sono espedienti per esorcizzare l'angoscia del tempo che ci sfugge dalle mani. Io mi sono riappacificato con l'idea di morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremo mai a fare un atto di piena fiducia. Di fatto, in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre un'uscita di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente. Di Dio.

 

 

Ecco come la vita si rinnova dall’interno, anche in questo tempo ricco, come ogni epoca, di grazie e di problemi: dentro la complessità della concretezza storica, grazie alla parzialità coinvolgente del racconto, nella trama dei legami, con una feconda passione incontenibile, in un limite insuperabile. La vita che si rinnova dall’interno, ci fa scoprire liberi.

 

 

 

La fine della storia

 

 

Alla fine della chiacchierata saluto Claudia e Marco, i due giovani trasformati da una vita che cresce nel ventre di lei e nella loro storia di coppia, con un azzardo teologico: siete diventati improvvisamente grandi, responsabili, attenti al futuro, preoccupati del destino di un figlio, pazzescamente innamorati di lui, dediti a costruirgli un mondo accogliente, pronti per lui a morire. Come ogni madre e padre, trasformati e rinnovati dalla vita, come il Padre che è nei cieli, che è Dio e, proprio per questo, dona vita, ama, crea, si mette in gioco, si rivela su una croce.

Claudio e Marco da tre mesi a questa parte sanno cosa prova Dio a essere Dio; li vedo andare via sorpresi e preoccupati, gioiosi e responsabili, mentre si scoprono simili a Lui (cf. Gen 1,27); la vita, il soffio di Dio, che per loro ha il volto di un bambino, la vita li ha presi e trasformati dall’interno, li ha resi come Dio.