Quattro vie a difesa della vita in Africa

Mons. Paglia al CransMontana Forum

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Il Presidente dell’Accademia, Mons Vincenzo Paglia, è intervenuto venerdì 27 ottobre all’annuale sessione del CransMontana Forum, celebratasi a Bruxelles dal 26 al 28 ottobre.

Nel suo discorso, dedicato ai futuri scenari per lo sviluppo del continente africano, Mons Paglia ha evidenziato quattro luoghi ove una rinnovata collaborazione tra Africa ed Europa può risultare, oggi e nel prossimo futuro, particolarmente efficace a servizio della vita di quel continente: la condizione giovanile, l’istruzione pubblica, l’accesso alle cure sanitarie, le perenni situazioni di conflitto.

Il testo, qui sotto disponibile nell’originale italiano, e il contesto in cui è stato pronunciato, evidenziano alcune possibili vie di allargamento delle questioni trattate e dei soggetti coinvolti dall’Accademia nel suo servizio alla vita umana, intesa in ogni sua stagione e condizione.

Bruxelles, 28 ottobre 2017

 

Europa e Africa: un futuro comune

 

S. Ecc. Mons Vincenzo Paglia - Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

Gran Cancelliere del Pontificio Istituto pastorale Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia

Cras Montana Forum, Bruxelles 27 ottobre 2017

Ringrazio per l’invito rivoltomi a questo Forum. La Pontificia Accademia per la Vita, nata negli anni ’80 per iniziativa di Giovanni Paolo II, sta vivendo una rinnovata stagione grazie all’impulso e all’impegno di Papa Francesco, che ne ha voluto ridisegnare scopi e prospettive, per far fronte alle grandi sfide che concernono il valore della Vita, come la cura della dignità della persona umana nelle diverse età dell’esistenza, il rispetto reciproco fra generi e generazioni, la difesa della dignità di ogni singolo essere umano, la promozione di una qualità della vita umana che integri il valore materiale e spirituale, per un’autentica “ecologia umana”, che aiuti a ritrovare l’equilibrio originario della Creazione tra la persona umana e l’intero universo. In tale visione l’Accademia per la Vita guarda con particolare attenzione all’Africa.

E’ in questa prospettiva che vorrei offrire alcune brevi riflessioni sulla urgenza di un nuovo rapporto tra l’Europa e l’Africa. L’Europa è il primo partner a dover aprire gli occhi sull’Africa, sia per storia che per geografia. Dopo le stagioni della colonizzazione, della decolonizzazione e del disimpegno europeo, è necessario stabilire un nuovo legame tra Europa e Africa, tenendo presente che sono molti i paesi che la corteggiano, basti pensare alla Cina (51 paesi africani su 54 hanno rapporti relativamente forti con essa). Oserei dire, se mi è permesso, che va celebrato, finalmente, un vero matrimonio tra Europa e Africa. È quello che alcuni chiamano Eurafrica.

Ci sono ampi spazi di collaborazione e di reciproci scambi tra un’Africa giovane e un’Europa che invecchia. L’Europa è stata protagonista di una cultura umanista che appare sempre preziosissima per lo sviluppo del continente africano, ed è per questo suo patrimonio che l’Europa sta attraendo tanti africani. I giovani africani che attraversano il Mediterraneo lo fanno certamente per cercare il pane, ma anche pace, libertà, valore della persona, diritti umani: tutto ciò di cui gran parte dell’Europa gode da più di settanta anni.

Permettetemi ora di accennare a quattro fattori che rendono ragione di questo legame tra l’Europa e l’Africa. Il primo riguarda i giovani. Il XXI secolo non sarà americano o cinese: sarà africano. Perché l’Africa è il paese che cresce di più al mondo. E’ un continente giovanissimo. E questa è una ricchezza unica: un ricchissimo giacimento di energia. I giovani stanno cambiando già l’Africa. A differenza degli adulti, le giovani generazioni africane, connesse dalla rete, sono più indipendenti, più intraprendenti, più pronte all’avventura ma – di conseguenza - anche più sole. Guardano verso il Nord e verso l’Occidente con animo curioso e interessato. Vorrebbero, ad un tempo, mettersi al servizio dei loro paesi ma anche non rimanere esclusi da un flusso di informazioni, cultura, formazione che oggi, grazie alla globalizzazione, è a disposizione. L’ondata individualista che caratterizza la globalizzazione ha accolto anche loro. I giovani non credono più alla politica come facevano i loro genitori, alle avventure comuni, ai sogni delle ideologie panafricane. E questo rischia di essere una sfida comune a tanti populismi occidentali che si costruiscono a partire da una opposizione alla politica. I giovani cercano benessere individuale, come tutti i giovani europei. E mentre accade che molti giovani europei emigrano altrove, molti giovani africani emigrano in Europa.  Tra questi giovani è diminuito (si è laicizzato) l’amore per la propria terra e in ogni caso non pensano di ricevere nulla dai propri adulti e cercano di farcela da soli. L’Europa, in tale direzione, può ancora giocare un ruolo fondamentale: aiutare i giovani africani a vivere un nuovo patriottismo. Sono personalmente testimone di quanti giovani africani, con una specifica preparazione professionale, una formazione umana e morale all’idea del bene comune e dello sviluppo integrale dell’uomo, stiano oggi divenendo parte integrante della nuova società civile e politica del continente: rappresentano la speranza di un futuro diverso per l’Africa.

C’è poi un secondo fronte, quello della educazione pubblica. La decadenza del sistema scolastico-educativo in Africa è all’origine di molta rabbia e di molte delusioni. Come altrove, la crisi dell’immagine dell’educatore, così autorevole nell’Africa indipendente, rappresenta la fine di un mito e di un principio di autorità. E’ sufficiente leggere i romanzi della prima generazione di scrittori africani dopo l’indipendenza, per rendersi conto chi era l’“instituteur” o il “teacher”. Julius Nyerere, il padre della Tanzania, si fece chiamare mwalimu (maestro in lingua swahili), tutta la vita. Il controllo degli adulti, una volta asfissiante, vacilla, la famiglia non è più quella di una volta, l’autorità degli adulti diminuisce anche se per le donne e le giovani ragazze sono ancora necessari ampi sforzi sulla via del riconoscimento dei loro diritti. La loro vita, spesso, è ancora condizionata da pregiudizi, dagli “anziani” in tutte le scelte della vita: matrimoni precoci, violenze domestiche, esclusione dal processo di scolarizzazione. In Africa all’età di vent’anni, oltre la metà delle ragazze è già madre. Sono necessarie politiche di protezione della maternità, che ancora oggi rappresenta una enorme risorsa per il futuro dell’umanità, così come uno sviluppo delle cure pediatriche. Il 40% delle famiglie africane è guidato da una donna sola!

Il terzo punto riguarda la sanità, tema particolarmente significativo e caro alla Pontificia Accademia per la Vita. In Africa l’accesso alle cure è ancora, troppo spesso, appannaggio dei potenti e dei ricchi. La mortalità al momento del parto è altissima, mancano specialisti e un sistema sanitario che copra l’enorme territorio del continente, ove mancano strade e infrastrutture adeguate per la cura di malattie anche semplici. La Telemedicina rappresenta una sfida per il futuro e una prospettiva di impegno e di solidarietà per la condivisione delle eccellenze europee. È necessario insistere per approfondire una cultura della gratuità della cura. Penso all’AIDS e al Programma DREAM della Comunità di Sant’Egidio, che conosco personalmente: in quindici anni ha curato, in 11 paesi africani, milioni di persone gratuitamente e la cura, ben seguita, ha mostrato di possedere una potente efficacia preventiva: sono nati, da mamme sieropositive, 60.000 bambini non infetti. È un traguardo di cui l’Europa può andare orgogliosa e che dimostra come l’eccellenza delle cure sia chiaramente l’unica possibile risposta per lo sviluppo e la crescita di un popolo, oltre ad essere un imperativo etico.  

Infine, il quarto punto, riguarda il tema dei conflitti. In Africa ci sono ancora troppe guerre, cui non si riesce a porre fine. Non hanno torto colore che pongono la debolezza degli stati come una delle cause delle guerre. Ma non possiamo accettare l’opinione di quanti sostengono, come  Jeffrey Herbts, che gli Stati che falliscono (soprattutto in Africa) debbano essere “desertificati” e quindi lasciati morire, mentre andrebbero riconosciute nuove entità più sostenibili. Questo è molto grave: si gioca con la vita delle persone, con il loro futuro. Non è vero che le guerre non possono finire. Certo se continuano si corrompe sempre il più il tessuto umano e sociale di molte aree, ma non ci troviamo di fronte a una malattia incurabile: si può sempre fare qualcosa, come mostrano diversi casi che non sto qui a ricordare. Cito unicamente la pace in Mozambico raggiunta alcuni anni fa attraverso l’azione della Comunità di S. Egidio. Una osservazione sento il dovere di farla: gli organismi sovranazionali, pur numerosissimi, non sembrano adeguati; corriamo il rischio che il sogno multilaterale dell’ONU si spenga. C’è bisogno di più Europa, c’è bisogno che l’Europa riprenda l’iniziativa – proprio per quel matrimonio cui ho accennato in precedenza – per coinvolgere il mondo intero per coinvolgere il mondo intero per accompagnare lo sviluppo dell’Africa.

Tutto ci spinge a lavorare per la pace sempre più in profondità. Nella globalizzazione ci vogliono più cuore ma anche più intelligenza e più alleanze tra uomini di buona volontà. Non possiamo correre il rischio di avvallare un mondo di im-potenze incrociate: impotenza delle grandi potenze a mettere ordine, impotenza degli emergenti ad affermarsi, impotenza degli estremisti a vincere, impotenza dei terroristi a guadagnare qualcosa: l’unico risultato è più sofferenza e più male. I poveri, la massa degli esclusi, gli unici veri esclusi, sono le vittime di tutto questo. I poveri gridano che la guerra sia vinta. In tale contesto c'è in Africa una sfida per tutti, anche per Chiesa e per tutte le altre religioni: come aiutare a convivere in pace tra gruppi, etnie, fedi diverse?

È urgente uno scatto morale, etico e, a mio avviso, anche religioso per realizzare la pace. Occorre trovare le vie per realizzarla, con ragionevolezza e pazienza, ricostruendo le fratture, mediante negoziati credibili, creando un’intelaiatura di garanzie per il futuro, mostrando che non c’è niente di peggio che la guerra, dando sbocco alla volontà di pace di tanti africani.

Il nostro mondo ha oggi bisogno di pacificatori. A Bangui, in Centrafrica, Papa Francesco ha detto: occorre lavorare per la pace: “La pace non è un documento che si firma e rimane lì. La pace si fa tutti i giorni! La pace è un lavoro artigianale, si fa con le mani, si fa con la propria vita”. Le mani e le vite degli uomini e delle donne africani ed europei. Scriveva Louis Corman, uno psichiatra francese, nel cuore del ‘900: “La sorte dell’umanità viene decisa nell’anima di ciascuno di noi. Bisogna scegliere: o la violenza che ci distruggerà tutti o la non violenza che, con l’aiuto di Dio, salverà il mondo”.

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