Mons. Paglia: la causa dell'uomo e della vita riguarda tutti

Discorso di apertura - XXI ASPAC - Bangkok 24 novembre 2017

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KEYNOTE ADDRESS - Archbishop VINCENZO PAGLIA

President of the Pontifical Academy for Life

Gran Chancellor of the Pontifical Theological Institute John Paul II
for Marriage and Family Sciences

21st Asia-Pacific Congress of Human Life International (ASPAC) on Faith, Life and Family.

November 24 - 26, 2017

Bangkok – Thailand

 

Eccellenza, professori, carissimi amici,

è con grande gioia che, con queste mie parole, inauguro il 21st Asia-Pacific Congress of Human Life International (ASPAC) on Faith, Life and Family. Avrei dovuto essere presente di persona, per conoscervi, guardare i vostri volti, salutarvi e ringraziarvi uno a uno per il grande lavoro che fate in diversi paesi asiatici, a favore della vita e della famiglia. Purtroppo nuovi impegni in Vaticano hanno reso impossibile questo incontro. Mi spiace veramente.

Con queste mie parole che vi giungono vorrei sostenervi e aiutarvi in questa missione che vivete. Mi permetto di farlo con tre riflessioni che, mi auguro, possano ben introdurvi ai lavori che vi attendono.

 

Prendersi cura della famiglia

Conosciamo tutti la complessità del momento storico che stiamo vivendo. E è bene nota a tutti noi la condizione a volte drammatica nella quale vivono le nostre famiglie. E possiamo dire che la famiglia è in una crisi profonda, certamente in occidente: l'aumento dei divorzi, la crescita delle nascite extraconiugali, la moltiplicazione delle famiglie monogenitoriali, la riduzione del numero di matrimoni sono solo i fenomeni più evidenti. Al punto che qualcuno si domanda se non sia arrivato il momento di poter fare a meno della famiglia. In tutto il mondo, seppur con forme e dimensioni diverse, iperindividualismo e ipertecnicismo stanno mettendo sotto pressione questo fragile organismo (e non solo) rischiando di scardinarlo in maniera pericolosissima. Le conseguenze negative dal punto di vista dell’organizzazione sociale sono sotto gli occhi di tutti: dalla crisi demografica che cresce con il benessere economico ai fallimenti dei percorsi di socializzazione e di educazione, dall'abbandono degli anziani al diffondersi di un disagio affettivo che arriva fino a scatenare la violenza, dal mancato riconoscimento del ruolo e della dignità della donna alle forme di sfruttamento economico e sessuale dei bambini.

Mi chiedo: la crisi che la famiglia sta traversando non può essere però anche una crisi di crescita? Penso che dipenda da noi. Dovremmo essere molto più attenti al desiderio profondo degli uomini e delle donne di oggi. Infatti, nonostante l’ostile contesto culturale, la gran parte delle persone desidera una famiglia, considerata il luogo centrale per la propria vita. Le statistiche sono inequivocabili: la famiglia è in cima al desiderio di tutti. Anche se la cultura tenta in ogni modo di scardinarla in maniera profonda. Ma credo che sia una illusione poterla scardinare in radice.

Dobbiamo dunque favorire la crescita di modelli rinnovati di famiglia: famiglie più consapevoli di sé, più rispettose del legame con l'ambiente circostante, più attente alla qualità dei rapporti interni, più interessate e capaci di vivere con altre famiglie. Credo che possiamo dire: è vero che da una parte c'è meno famiglia, in senso quantitativo, ma dall’altra vi è più famiglia, in senso qualitativo, c’è bisogno di più famiglia. Del resto nessuna altra via è stata trovata per la piena umanizzazione di coloro che nascono alla vita. La sua unicità, segnata anche da limiti e difetti, la rende un incredibile e insostituibile "patrimonio dell'umanità".

E mi permetto di dire che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore questo mistero straordinario del matrimonio e della famiglia per poterlo riannunciare, per poterlo ripresentare come il vero motore della storia umana.

È la Scrittura che così ce la consegna: at the beginning of the Book of Genesis, God entrusts a twofold task to the alliance between the man and the woman: the generation of life (and, hence, of all of history) and the care for creation. Time and space are given not to a single man but to a couple that experiences the vocation to love in its attractive, fruitful and responsible form.

In recent years, Pope Francis has reminded us several times that the family is history’s driving force and hope for the world; it is the place where one discovers and learns how to truly be human, that is, beloved and therefore loving, in the image of God.

Working in the service of family and life consequently means helping every couple and the whole of society to recognize the value of this bond, inestimable to both, for their protection and mutual edification.

Con l’Esortazione Apostolica Postsinodale, Amoris Laetitia, Papa Francesco, raccogliendo il frutto di un lungo e articolato itinerario ecclesiale (credo che nessun documento papale abbia avuto una gestazione così ampia e articolata), propone autorevolmente all’intera Chiesa Cattolica l’orizzonte nel quale siamo chiamati a “prenderci cura delle famiglie”.

Nel testo emerge il nuovo rapporto della Chiesa con le famiglie di oggi, con la loro vita concreta, con le "gioie e le fatiche, le tensioni e il riposo, le sofferenze e le liberazioni, le soddisfazioni e le ricerche, i fastidi e i piaceri" delle famiglie di oggi (cf. AL 96). Si sente l’eco del notissimo incipit della Gaudium et Spes.  E papa Francesco fa tesoro altresì della tradizione magisteriale di questi ultimi cinquanta anni, che ha vissuto come non mai un’attenzione verso le famiglie nella consapevolezza delle profonde trasformazioni avvenute in questo versante della storia, di cui questo nostro Istituto rappresenta una punta di alto valore.

C’è nel testo del Papa un afflato pastorale che spinge ad uno sguardo di simpatia verso le famiglie per aiutarle a vivere nella gioia la loro vocazione e la loro missione nella Chiesa e nella società. Per questo, il Papa chiaramente afferma che: “in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a porre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza” (AL 307). E chiede un rinnovato impegno per incontrare le famiglie di oggi nella concretezza della loro vita, per far proprie le fatiche e le speranze delle famiglie di questo mondo, in questo tempo. L’Esortazione Apostolica, impregnata di questa amicizia appassionata, è come una lunga meditazione sugli aspetti della vita famigliare, quelli più arricchenti come quelli più critici.

La scelta di papa Francesco di istituire un nuovo dicastero per i laici, la famiglia e la vita, indica la ferma convinzione del papa di voler collocare il tema della vita all’interno dell’ambito famigliare, al cuore dell’alleanza feconda tra l’uomo e la donna. La vita infatti non è mai astratta, ma va sempre colta nella trama delle relazioni che la genera, la cresce e la sostiene.

 

Una rinnovata sapienza della vita

Una seconda questione mi pare importante sottolineare. Oggi la questione della vita, collocata nella sua dimensione familiare e storica, chiede di essere indagata, compresa, accompagnata con una cura più grande. Io vi sono grato per tutto il lavoro che fate quotidianamente a favore delle famiglie, per le grandi battaglie contro la piaga dell’aborto, per l’accoglienza carica di affetto e di cura per le donne che vivono come una tragedia una gravidanza. Io sono ammirato per la vostra dedizione incondizionata e per la passione infinita che mettete in ogni incontro e attività. Questi decenni di attività sono un tesoro prezioso che rende l’umanità più ricca di vita e di amore. Oggi però tutto ciò rischia di non essere sufficiente: la sfida culturale posta è più complessa e non possiamo non affrontarla.

Il Papa, riformando l’Accademia della Vita che presiedo, ci sollecita a un rinnovamento nella duplice logica dell’allargamento e dell’approfondimento. La novità non sta certamente in un cambiamento dell’oggetto: la dottrina cattolica, la sapienza evangelica sull’immenso dono della vita umana, deve continuare ad ispirare in profondità il nostro impegno, ad illuminare tutti gli aspetti dell’umana esperienza e della cultura della vita. Ma la buona notizia del Vangelo sulla vita umana chiede di essere offerta come una fonte di ispirazione e come un tema di dialogo culturale, politico e sociale, anche e soprattutto con chi non la pensa esattamente come noi ma, come noi, ha a cuore la vita e la società umana.

I luoghi del confronto e del dialogo con le diverse culture vanno perciò ancora più generosamente e cordialmente abitati, con lo spirito dell’impegno per una causa comune: che è la causa dell’uomo che riguarda tutti. L’odierna difficoltà di orientamento che tutti sperimentiamo, a motivo della rapida evoluzione delle conoscenze e delle tecniche che incidono sugli aspetti fondamentali della vita umana e del pianeta stesso, ci impone di non limitarci a ripetere meccanicamente astratte formule dottrinali e di principio, ma ci sollecita ad elaborare una sapienza del mistero della vita all’altezza della vita effettivamente vissuta. L’impegno a non sottrarsi alle sfide poste dall’odierno conflitto delle interpretazioni, è una precisa responsabilità di ognuno, alla quale i credenti non possono certamente sottrarsi. This needs to be done with renewed insight, profound wisdom, and a spiritual look into the contemporary world, which, like every other epoch of history, simultaneously offers humanity great opportunities and presents dangerous limits. We are called to acknowledge and bless the former while being vigilant with regard to the latter and countering them.

 

La via della prossimità responsabile

Gli uomini e le donne delle quali ci sentiamo impegnati a prenderci cura, da che mondo e mondo, sono creature mortali. E da questo non le guariremo. Eppure, nulla è più universalmente qualificante e commovente della nostra quotidiana lotta contro i segni dolorosi di questa fragilità. Noi lottiamo strenuamente perché non sia l’avvilimento della morte a decidere il valore della vita. Lottiamo, perché non sia una volontà egoista o segnata dalla tragicità dei fatti a determinare una nascita, né una malattia a decidere l’utilità di una vita, il valore di una persona, la verità degli affetti. Noi accettiamo la nostra condizione mortale. Resistiamo però all’illusione delirante di poter cancellare il mistero dell’esistenza umana, con i suoi dolorosi segni di contraddizione. Il lavoro della cura è il nostro impegno a rendere umana questa accettazione, impedendole di diventare complicità. Insomma, noi ci rifiutiamo di fare il lavoro della morte: anche solo simbolicamente. Prendersi cura di una madre, di un padre, di un bimbo, di un anziano, significa aiutare ognuno ad accettare tutta la vita propria e altrui proprio nel suo limite invalicabile: con tutta la delicatezza dell’amore, con tutto il rispetto per la persona, con tutta la forza della dedizione, di cui saremo capaci.

Cari amici, è questa la sfida – difficilissima e umanissima – che deve accomunarci. L’accompagnamento ad accogliere la necessità del vivere umanamente anche le fatiche, senza perdere l’amore che lotta contro il suo avvilimento, è l’obiettivo della “prossimità responsabile” alla quale tutti, come essere umani, siamo chiamati e che noi credenti, a immagine di Gesù, proclamiamo profeticamente. L’intera comunità deve esserne coinvolta. Non staremo a guardare la morte che fa il suo lavoro, senza fare nulla. Ma non faremo il lavoro della morte, che ci libera dal disagio, come fosse un atto d’amore. L’amore per la vita nella quale amiamo e siamo amati non è più solo nostro: è di tutti coloro con i quali è stato condiviso. E così deve essere, sino alla fine.