Tempo di Algor-etica, un dibattito a Roma

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Roma, 15 marzo. – Il progresso autentico e lo sviluppo umano non sono incompatibili, nonostante gli interessi economici e commerciali in campo. Lo ha ribadito padre Paolo Benanti, docente alla Gregoriana, Accademico della Pontificia Accademia per la Vita, a Roma al convegno organizzato organizzato da Maker Faire Rome, Data Driven Innovation 2019, Camera di Commercio di Roma e il suo Punto Impresa Digitale, in collaborazione con Università degli Studi Roma Tre e Ambasciata degli Stati Uniti d'America. All’incontro ha partecipato, tra gli altri, lo scrittore James Barrat, autore del libro «Our Final Invention: Artificial Intelligence and the End of the Human Era» sulle prospettive e i rischi dell’Asi, la super-intelligenza artificiale superiore a quella dell’uomo.

Di fronte a macchine che aiutano nelle diagnosi dei medici che cooperano con le macchine, dobbiamo considerare che occorre coniugare il valore umano con la macchina. L'algoretica  - ha notato padre Benanti - deve dare all'algoritmo una sensibilità sociale.Il diritto regola i rapporti tra le persone, poi regola i rapporti tra societa', ora come regoliamo l'aspetto legale dell'introduzione di attori interattivi. Abbiamo bisogno di nuove forme di diritto che tutelino le persone e tutta la società. Una macchina sapiens diventa alternativa o simbiotica? Serve una RenAIssance - ha notato padre Benanti - per mettere al centro educazione e integrazione tra uomo e macchina.

Le intelligenze artificiali, quindi, stanno trasformando radicalmente molti settori del nostro vivere. Nell’ambito della bioetica questa trasformazione può toccare ambiti in cui sono in gioco valori grandissimi e le intelligenze artificiali possono essere strumenti di grande umanizzazione di un settore come quello dell’assistenza medica o essere artefici di grandi processi disumanizzanti».
«Le tecnologie dell’informazione sono frutto dell’uomo e del suo ingegno e possono essere alleate eccezionali per realizzare il bene in modo sempre migliore oppure trasformarsi in strumenti dagli esiti nefasti. Purtroppo non si può pensare il bene comune senza ipotizzare una comunità che lavori per costruirlo e un’autorità che cerchi di indirizzare le condizioni sociali alla sua realizzazione. Allora quello che è certo è che le tecnologie dell’informazione hanno bisogno di uomini di buona volontà che possano indirizzare il progresso tecnico verso un autentico sviluppo umano».

Roma, 15 marzo 2019