Una rete per accogliere

di Francesca Marchesani

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Una madre in attesa; un figlio; ma un figlio malato; e, forse, una famiglia. Dalla prima tutti veniamo; il secondo tutti siamo; il terzo sempre potenzialmente, in quanto esseri umani vulnerabili; l’ultima in quanto non possiamo essere lasciati soli: abbiamo bisogno di cura.

La difficoltà che attraversa una madre nella gravidanza con diagnosi infausta può essere - e di solito lo è - molto pesante. Con lo spostamento su efficienza, prestazione e perfezione del criterio sociale sulla base del quale stabilire il senso di un’esistenza, l’ampliamento delle potenzialità della medicina non corrisponde immediatamente a un rivolgersi al più debole, ma finisce spesso con lo scartarlo alla ricerca del migliore: il sano. La medicina pre e peri-natale dovrebbe ad-sistere la donna dal tempo dell’attesa servendosi delle migliori tecniche sviluppate con l’espansione della medicina fetale. Appare invece adoperata a selezionare, piuttosto che a dare tutta se stessa a colui cui deve la propria essenza: all’uomo malato, con cura. Del resto, che valore ha un figlio imperfetto, che posto ha un figlio che non serve, che peso ha un figlio che dipende, che senso ha un figlio inguaribile, che tempo di qualità vivrà un figlio per appena pochi minuti?

Ecco perché - Yes to life: un convegno internazionale (Roma, 23-25 maggio) che ha voluto dire sì alla vita dicendo sì alle concrete donne che danno la vita. La medicina ha la possibilità oggettiva - tecnicamente e scientificamente articolata - di affrontare il problema dentro alle sue più sviluppate competenze e moderni progressi. Può essere e rappresentare per questo una grande famiglia: in cui colei che porta un figlio nel grembo e scopre che è malato, è custodita a sua volta nell’incarico relazionale che intimamente la abita. Proporle l’aborto è dirle già un deciso no: l’aborto viene sempre come un rifiuto. La mano tesa dalla prospettiva e dalle associazioni di Yes to life non semplicemente invita senza costringere, ma non costringe perché conquista: non è solo una possibilità, ma è la possibilità. Mettendosi in ascolto della storia naturale del piccolo paziente in grembo, per esempio, si può osservare la malattia evolversi nel tempo della gravidanza, e intervenire, nel rispetto della proporzionalità, attraverso terapie più o meno invasive. Insomma, dare alla madre una speranza: rassicurarla per mezzo di conoscenze scientifiche oggettive fondate sulla ricerca; aiutarla a crescere il figlio; fino, anche, ad accompagnarlo - qualora la malattia gli rendesse incompatibile la vita - a quel termine che tutti, prima o dopo, abbiamo. Infatti, che non si può sempre guarire è vero. Ma che si può sempre curare lo è altrettanto.

Una prospettiva medica coraggiosa, quella presentata a Yes to life: che alla competenza affida la cura materna grazie a cui ogni essere umano principia, ovvero che si fonda eticamente sul fatto in virtù del quale ognuno di noi è: un figlio accolto. Nella prassi, questa dimensione della medicina perinatale sta nascendo a livello internazionale attraverso la creazione di hospice dedicati all’assistenza medica delle gravidanze con diagnosi di fragilità, al supporto economico e al sostegno umano delle dinamiche più profonde che questi vissuti vanno a toccare. È l’esperienza che fa in Italia per esempio la Fondazione Il Cuore in una Goccia. Promotrice del Congresso in collaborazione con il Dicastero Laici Famiglia e Vita, è impegnata a diffondere una rete territoriale di hospice perinatali su un modello multi-relazionale di accompagnamento della madre o famiglia che va dalla prima diagnosi al periodo post natale. Hanno portato la loro esperienza anche l’Ucraina con il Perinatal Hospice - Imprint of Life, il Missouri con Alexandra’s House; ma un elenco di strutture già presenti nel mondo è rinvenibile su www.perinatalhospice.org. Perché la sfida è creare una rete fitta, dalla quale nessun paese al mondo rimanga scoperto. In ultima analisi, nessun essere umano vada perduto. Questa rete può, deve, estendersi: è l’appello per e di ogni convenuto.

Si può dire infine che l’identità che caratterizza la prospettiva di tale nascente rete non sia nulla di diverso dall’identità materna. Relazionale, porta l’altro dentro di sé: è la compassione per l’inerme. Essa, del resto, ha origine in quell’unico luogo con cui siamo tutti compatibili. Il grembo materno.