Coronavirus e Solidarietà

Interventi di Mons. Vincenzo Paglia

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La Stampa - edizione on line 28 marzo 2020. La sfida che affrontiamo è una emergenza assoluta. Il vecchio mondo è finito e non torna più. Gli interessi di parte sono già da ora inghiottiti da un modello di sviluppo che ha fallito. E’ bastato un microrganismo per metterci tutti e tutto in ginocchio. La politica è per il futuro non difendere un passato che scompare.

Avvenire 25 marzo 2020, p. 20.  25 anni dalla Evangelium Vitae. Ci sono encicliche che segnano un’epoca perché decifrano con la chiave sempre nuova del Vangelo la combinazione di tempi complessi nei quali la cultura dominante spaccia per forme di liberazione dell’uomo idee e pratiche che, invece, finiscono per umiliarlo e asservirlo a nuove e suadenti schiavitù. Di questo novero fa parte di certo l’Evangelium vitaeche san Giovanni Paolo II firmò il 25 marzo 1995, festa dell’Annunciazione. Per il presidente della Pontificia Accademia per la vita, l’arcivescovo Vincenzo Paglia non solo un documento chiave ma anche una profezia per questi nostri tempi complessi, fattisi ora anche inaspettatamente aspri.

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Città del Vaticano, 17 marzo 2020.- Il Covid-19 si può sconfiggere «con i mezzi tecnici e clinici» ma solo se uniti agli «anticorpi della solidarietà». Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, fa sentire la sua vicinanza a chi sta soffrendo e a chi pensa al futuro con timore a causa della pandemia in corso. E anticipa i contenuti di un documento, intitolato «Coronavirus e fraternità umana», al quale la Pontificia Accademia sta lavorando, per aiutare a trovare un senso a questo tempo sospeso tra preoccupazioni e quarantene.

«Un’emergenza come quella del Covid-19 si sconfigge anzitutto con gli anticorpi della solidarietà. I mezzi tecnici e clinici del contenimento devono essere integrati da una vasta e profonda complicità con il bene comune, evitando la tendenza alla selezione dei loro vantaggi per i privilegiati a scapito dei vulnerabili in base a cittadinanza, reddito, politica, età. La scienza non deve cedere al sovranismo o alla pressione politica; è chiamata ad allearsi con la solidarietà e l’umanità. Viviamo in tempi in cui nessun governo, nessuna società, nessun tipo di comunità scientifica, devono considerarsi autoreferenziali.

Mentre, da una parte, si vedono segnali di collaborazione, dall’altra purtroppo ne emergono altri di segno opposto. Quanto sarebbe importante che le decisioni dei governi – penso all’Europa, ma non solo – si prendessero in maniera coordinata. È urgente, direi indispensabile, un tavolo comune. Lo abbiamo intuito per il clima. Ma qui c’è in ballo ben più che il clima.

Un atteggiamento più di tutti va considerato: l’altro è il mio alleato, oppure la comunità evapora e io stesso sono perso. L’altro è la persona che cammina e mi saluta a un metro di distanza perché tutela me e se stesso; e anche io stando in casa e rispettando le indicazioni delle autorità sanitarie, agisco in favore del bene comune, per fare in modo che tutti insieme e il prima possibile usciamo dall’emergenza. Facciamo in modo di non dimenticare l’esperienza di queste settimane difficili e il significato profondo delle limitazioni al muoversi: ci sacrifichiamo per noi stessi e per gli altri.

Una concezione comunitaria e fraterna dell’umanità è un obiettivo non solo effetto di un algoritmo degli interessi e di un calcolo dei vantaggi. Comporta il potenziamento di una logica sociale dell’aiuto reciproco. Il cristianesimo, fin dalle sue origini, la concepisce come fraternità universale e la interpreta come vicinanza responsabile fra tutti gli esseri umani.

Oggi serve un passo in più: il prossimo non è più solo quello vicino fisicamente, perché siamo interconnessi; il mondo è interconnesso e prima riusciamo a comprenderlo, prima saremo una vera comunità globale riunita sotto il segno della fraternità. Il sacrificio che stiamo compiendo ci indirizza sulla strada della solidarietà e della fraternità tra tutti gli esseri umani, senza distinzione.

La sfida che viviamo è di portata cruciale: siamo ad un passaggio della storia dell’umanità e dobbiamo essere capaci di attrezzarci, anche culturalmente, per trasformare la nostra resilienza in un’opportunità epocale, che ci persuada, una volta per tutte, della necessità di prendere congedo da uno stile individualistico, inospitale e anaffettivo, dei nostri legami: affettivi, economici, politici, istituzionali.

Il moderno potenziamento dell’esclusivo interesse individuale, è ora di riconoscerlo apertamente, ci è sfuggito di mano. Nato come sacrosanta affermazione del valore inviolabile della persona e dell’integrità dei suoi diritti, ha finito per aggredire ed erodere la qualità dei rapporti che rendono buona la vita comune, arricchendo l’umanità dei singoli e scongiurando l’abbandono dei più deboli. Questa erosione ha finito per rendere liquidi ed evanescenti i doveri corrispondenti alla responsabilità delle relazioni. La qualità della convivenza è un bene indivisibile: per essere goduto da tutti deve essere responsabilmente condiviso.

In questi giorni drammatici è delirante pensare che gli anziani – perché di questo si parla – siano selezionati per essere scartati. La dignità non ha età. Non dimentico che il primo miracolo di guarigione di Gesù fu quello alla suocera di Pietro: la prese per mano, la guarì ed ella si mise a servirli.

E per la Chiesa: sono secoli che la Chiesa parla della Eucarestia come medicina (e non solo dell’anima). E sette anni che Papa Francesco parla della Chiesa come ospedale da campo. Sarebbe come chiudere le farmacie e gli ospedali! Certo, vanno rispettate con rigore tutte le norme stabilite, magari anche con orari. Chiudere le chiese sarebbe drammatico, a mio avviso, anche per chi non crede. Sono il segno che l’oltre è aperto, non chiuso! E il grido a Dio, come fosse una ingiunzione: liberaci dal male! è più forte».

Città del Vaticano, 17 marzo 2020

 

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