«Dal mio Veneto è partito un segnale politico sbagliato ma sul fine vita dico sì a una legge nazionale»

L'arcivescovo Pegoraro: le cure palliative siano al centro

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di Martina Zambon, articolo pubblicato su Corriere Veneto martedì 8 Settembre 2026

 

Monsignor Renzo Pegoraro, medico, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, da padovano ha seguito con attenzione doppia, se possibile, il dibattito sulla legge veneta che uniforma le procedure per il fine vita. In un'intervista rilasciata nei giorni scorsi ad Avvenire dice «Riterrei comunque opportuno che l'Italia adottasse l'obbligo di proporre a tutti i cittadini percorsi di cure palliative - come in Veneto - assumendosi l'onere di reperirne fondi e finanziamenti».

Monsignore, è arrivato il momento di stilare una legge nazionale su questo delicato tema che, per ora, vede le Regioni alle prese con una sentenza della Consulta?

«Siamo arrivati a un punto in cui bisogna prendere delle decisioni. Il Veneto, come altre Regioni, ha scelto di legiferare ma è davvero l'unica alternativa? Si può pensare di fare pressioni sui propri partiti perché il Parlamento discuta di una legge sul tema del fine vita anziché andare in ordine sparso e pensando che sia solo una questione amministrativa... Il fine vita non è solo un problema di procedura. È un tema di coerenza con una visione della vita, della medicina, della sanità che la nostra Costituzione contiene. Nella Carta si valorizza il rispetto della persona, ma anche la tutela della sua dignità, il valore della vita umana che va sempre salvaguardata, accettando anche i limiti della medicina che non può sempre guarire ed evitando forme di accanimento su cui la Chiesa ha una posizione chiara da tempo, dall'enciclica di Giovanni Paolo II, l'Evangelium Vitae. E abbiamo già una legge sulle Dat, le disposizioni anticipate di trattamento. La medicina si ferma di fronte alla volontà contraria del paziente garantendo sempre e comunque l'assistenza della terapia del dolore e l'accompagnamento. Ma fermarsi non vuol dire collaborare attivamente con l'accelerazione del processo o col provocare la morte del paziente nel suicidio medicalmente assistito. È tutta lì la differenza».

Eppure quelle leggi regionali ci sono...

«Alcuni elementi andrebbero considerati: primo, cosa sta succedendo nelle regioni che hanno legiferato? Quale casistica abbiamo in Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna? Sarebbe importante capire anche come viene vissuta questa realtà. Mi chiedo, però, al di là di alcune frange, il resto della popolazione oggi è più preoccupata di questo tema o di non avere accesso a tutti i trattamenti sanitari a cui avrebbe diritto? Penso alle liste d'attesa e ad esami urgenti ritardati di mesi o dei medici che non vanno più a casa dei pazienti. Ma il punto è ancora un altro».

Quale?

«Il messaggio politico che si dà».

Il Veneto ha approvato una legge «procedurale» di cui lei ad Avvenire ha detto «Almeno mi pare contemplato un elemento positivo: l'ente pubblico si obbliga a fornire un percorso di cure palliative e di sostegno psicologico e offre la possibilità di ricevere informazioni relative agli enti che perseguono statutariamente finalità di tutela della vita». Cosa direbbe al governatore Alberto Stefani?

«Credo sia più opportuno un dialogo, per competenza, con la conferenza dei vescovi del Triveneto, non dimenticando l'importanza della tradizione veneta di solidarietà, di valori condivisi e di impegno a tutti i livelli per la tutela della vita».

E in effetti è l'unica legge regionale che pone l'accento sulle cure palliative, è sufficiente dal suo punto di vista?

«Diciamo che è positivo anche se le cure palliative ci sono già. Ma esiste una terza via fra il non fare nulla e fare una legge regionale: chiedere ai propri partiti di premere per una legge nazionale. Chiediamoci, che messaggio politico da una legge regionale? Regolamenta una sentenza, ci si accontenta del minimo ma si potrebbe lanciare il cuore oltre l'ostacolo e puntare al massimo. È complesso, molto, ma ci deve essere una decisione a livello politico nazionale».