Alieni e rassegnati, i costi vitali di essere ipertecnologizzati
di don Andrea Ciucci (articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore mercoledì 18 febbraio 2026)
Il fatto che la trasformazione digitale in atto, oggi amplificata dall’esplosione dell’intelligenza artificiale, stia provocando profonde disuguaglianze è un dato ormai assodato e condiviso. Distanza tra ricchi e poveri, tra generazioni, tra Nord e Sud del mondo, tra persone con diverso grado di istruzione. C’è però una frattura meno visibile, seppur più diffusa e profonda, che merita qualche considerazione, anche e soprattutto per il soggetto coinvolto: la gente comune.
Davanti a un mondo che viaggia sempre più veloce, grazie a una tecnologia globale e performante che offre strumenti efficacissimi e, al contempo, esige di essere sempre performanti ed efficienti, la gente comune inizia ad arrancare, a non capire perché deve vivere secondo certi standard, a chiedersi se il costo esistenziale sia adeguato. Se valga davvero la pena vivere in questo mondo ipertecnologico. Sono domande che generano una distanza dal paradigma tecnologico, frutto di due movimenti contigui: il ritrarsi e il rassegnarsi.
Il primo è quello che riguarda quelli che potremmo definire gli alieni: intere fasce della popolazione che guardano con grande sospetto la trasformazione digitale in atto semplicemente perché non tocca minimamente la loro esistenza e, se lo fa, la peggiora. Può sembrare strano, ma ancora oggi in Europa ci sono persone, non solo anziane, che non possiedono uno smartphone, non parlano inglese, non hanno una carta di credito e neanche il passaporto.
Alieni. Quando qualcuno mostra loro le infinite possibilità che la tecnologia offre, guardano allibiti: nulla di quello che viene loro offerto è utile per condurre la loro esistenza. Rappresenta solo un costo e un peso. Sostanzialmente una minaccia al loro mondo che può essere ancora gestito con il denaro contante, un cellulare di vecchia generazione e la carta di identità. E che permette loro di vivere un'esistenza degna.
Se il gruppo degli alieni (almeno nella sua forma radicale) è sostanzialmente ridotto, molto più vasta è invece la fascia dei rassegnati. Sono tante le persone che abitano fino in fondo quest'epoca digitale ma lo fanno perché non possono farne a meno, perché da questo tempo non si può scappare. La tecnologia è vista più come un peso che come un'opportunità; di essa si coglie soprattutto l'aspetto pervasivo e deumanizzante, accompagnato da una sostanziale sfiducia verso le istituzioni, percepite come del tutto inabili a difendere la gente dallo strapotere dei signori del mondo. Un mondo significativamente meno tecnologizzato è considerato tanto improbabile quanto affascinante. Il progresso, incarnato dalla tecnologia, si è trasformato da entusiasmante ideale da perseguire a faticoso limite da sopportare.
Ciò che accomuna queste due posizioni, e le molte persone che le incarnano, è anche il fatto che non sono sostanzialmente prese sul serio. Anzitutto non sono ascoltate: spesso la risposta alle obiezioni di questi gruppi è una lista, assolutamente vera, dei benefici portati dallo sviluppo tecnologico; una risposta che elude il problema, insito non tanto nelle capacità della tecnologia, quanto nelle fatiche che esse impongono. Inoltre, proprio perché poco ascoltate, queste posizioni non entrano nell'agenda del dibattito pubblico e delle questioni da affrontare con urgenza.
Accanto alla domanda su come sviluppare infrastrutture e tecnologie, dovremmo porci seriamente la questione dell'impatto esistenziale, dei costi vitali di questa trasformazione, delle conseguenze antropologiche e sociali. La sensazione è che nessuno si stia preoccupando seriamente di tutto ciò.
Una diversa comunicazione aiuterebbe. Il racconto preoccupato dell'impatto dell'intelligenza artificiale pone questioni serie ma, quando diventa l'unica narrazione, rischia di generare una sfiducia di sfondo sostanziale, palude da cui risulta difficile uscire. Inoltre, è forse giunto il tempo di sgonfiare la bolla mediatica focalizzata sul fenomeno tecnologico che di fatto lo sgancia dalla vita reale delle persone. Ecco il tema su cui tornare a parlare per colmare questa distanza strisciante: la vita della gente comune, le loro aspettative, i loro desideri e le loro paure; non sempre e solo l'ultimo ritrovato tecnologico. Paradossalmente, qualche campagna pubblicitaria hi tech, ricca di immagini familiari o naturali, sembra essere più attenta del dibattito pubblico a questo aspetto cruciale.


