Cure palliative, il Vaticano "Il governo stanzi più fondi". La replica: sono aumentati
di Francesco Malfetano (articolo pubblicato lunedì 7 Settembre 2026 su La Stampa)
Sul fine vita il Vaticano alza la voce. Palazzo Chigi, invece, abbassa il volume. Monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, non cambia di un millimetro la posizione della Chiesa sul suicidio assistito ma, in un'intervista ad Avvenire, fa delle richieste che hanno un peso politico: trovare una quadra sulle norme e, soprattutto, destinare più fondi alle cure palliative.
«Auspico, in Parlamento, una discussione profonda e seria» è la prima. Una formula prudente, sempre dentro il perimetro tracciato dalla Consulta e dalla convinzione che «non esiste alcun diritto all'aiuto al suicidio», che stavolta lascia intravedere una crepa. Oltretevere sembrano infatti prendere atto che il vuoto normativo non può essere ignorato per sempre. Una legge, anche «imperfetta», potrebbe servire a evitare domani una disciplina «più permissiva e libertaria», oltre ad arginare il rischio di profonde disparità territoriali tra una Regione e l'altra. L'invito al Parlamento «sovrano», quindi, finisce con il suonare più come un'apertura a dei passi in avanti che come un appello usurato. Da anni, infatti, non si decide alcunché, con il risultato che - dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna - il Veneto la scorsa settimana è stata la prima Regione governata dal centrodestra a muoversi da sola. Ora la slavina è dietro l'angolo. In Sicilia, ad esempio, Forza Italia ora si muove per provare a dare attuazione alle sentenze della Consulta.
Rispetto a nuovi fondi per le cure palliative, invece, Pegoraro è ancora più incisivo.
«Possono essere affrontate» attraverso queste cure, sostiene, la maggior parte «delle situazioni e delle storie personali di chi è gravemente malato». E lo sintetizza in una frase destinata a pesare: «Meno armi e più cure». E qui che le parole del Vaticano diventano scomode per Giorgia Meloni.
A Palazzo Chigi, infatti, non si aspettavano questo genere di accuse che - si valuta - hanno anche un potenziale impatto elettorale. Tant'è che ignorando l'auspicio di una norma, la replica arrivata dietro la regia di Alfredo Mantovano si concentra solo sull'accusa di non fare abbastanza per le terapie di supporto. E lo fa con i numeri: 120 milioni annui dal 2025, altri 20 milioni dal 2026 per il personale, nuovi meccanismi di verifica sull'utilizzo delle risorse da parte delle Regioni.
Il cortocircuito è servito.
Perché se è vero che sul dossier le assonanze del governo con la Chiesa non sono poche, la risposta di Palazzo Chigi non sembra quella di chi ha voglia né di mettere mano al portafogli, né all'impasse parlamentare. Gli alleati, invece, continuano a spingere. Dopo Luca Zaia e dopo il ministro azzurro Paolo Zangrillo, che aveva chiesto l'intervento del Parlamento anche per evitare il «turismo sanitario», a muoversi è di nuovo la capogruppo di Forza Italia Stefania Craxi: «Mi preme sottolineare che tanto la proposta Zullo-Zanettin quanto gli emendamenti presentati da Forza Italia attribuiscono un ruolo centrale alle cure palliative nell'ambito della proposta di legge sul fine vita». Il problema, per Meloni, è che una vera accelerazione avrebbe un costo politico. «Servirebbe che lasciasse libertà di coscienza ai suoi», ragiona una fonte parlamentare di maggioranza, riferendosi a un'ipotetica ripartenza dei testi fermi da mesi al Senato. «Ma è molto improbabile».
Troppi i rischi per la premier. Non solo la frattura ideologica che potrebbe aprirsi in un centrodestra già diviso, ma anche la necessità di non contraddire, a un passo dalla campagna elettorale, il mondo ultra-cattolico delle associazioni pro-life che da tempo dialoga con FdI.
Così il Parlamento resta fermo. Al Senato, oltre al testo Zanettin-Zullo, c'è il ddl Bazoli dell'opposizione, già approvato dalla Camera nella scorsa legislatura e tornato a giugno nelle commissioni riunite Giustizia e Sanità dopo la sospensiva votata dalla maggioranza. Tutto è paralizzato. E l'attivismo delle Regioni, ragionano ambienti vicini a Meloni, «non aiuta». La legge veneta rischia anzi di «incartare» ulteriormente la partita.
Dopo l'«amarezza» espressa dal Patriarca di Venezia Francesco Moraglia e dopo lo stesso invito di Pegoraro a non avere fretta - «Credo che bisognasse prendere più tempo», perché «la fretta non è mai buona consigliera» - a Palazzo Chigi si ragiona infatti sull'opportunità di impugnare la norma.


