Pegoraro: "La storia di Wendy è tragica ma le persone più vulnerabili vanno aiutate a vivere”

Il presidente della Pontificia accademia per la vita sul caso di suicidio assistito “Non è compassione favorire la morte di chi attraversa un momento buio”

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Articolo pubblicato su LaStampa sabato 25 aprile 2026

 

«Compassione è far vivere, non morire», afferma l’arcivescovo Renzo Pegoraro, medico e teologo morale a Padova, nominato lo scorso maggio da Leone XIV presidente della Pontificia Accademia per la Vita. «La fede cristiana significa amore per la vita, per la sua cura e per la sua piena realizzazione- puntualizza il presule-. Una responsabilità che legata soprattutto alle fragilità del tempo presente e all’impegno per i più vulnerabili».

 

Wendy Duffy ha scelto il suicidio assistito nonostante non sia malata. Quali sono le implicazioni bioetiche?

«Rimango sconcertato di fronte a storie come queste. La depressione grave, che toglie anche la voglia di vivere, è una malattia e come tale va considerata e curata. Davanti a tutto ciò, è del tutto incomprensibile che, anziché domandarsi come sostenere, aiutare, curare con la speranza di guarire, si possa lasciare che una persona depressa che non vede altra soluzione che “farla finita” si serva dell’aiuto di altra persona o addirittura lo pretenda, per porre fine alla propria esistenza. Un aiuto che, al contrario, si mette in campo per superare il momento di dolore, per vincere l’effetto “mortale” della depressione e per ritrovare un senso del vivere. E ciò vale soprattutto per le persone più vulnerabili, provate, spesso sole, che vanno sempre aiutate a vivere e non a “sparire”».

Cosa comporta una decisione del genere dal punto di vista del dibattito pubblico?

«Già nel dicembre del 2011 il giornalista Marco Travaglio, in occasione del suicidio di Lucio Magri che si tolse la vita in un tempo di grave depressione personale, proponeva delle argomentazioni che andavano nella stessa direzione, in una sua riflessione. Scriveva: “Nemmeno la depressione è una malattia irreversibile. Ma proprio una patologia passeggera può obnubilare il libero arbitrio della persona che, una volta guarita, non chiederebbe mai di essere “suicidata”. Qui palesemente di irreversibile c’è solo il “suicidio assistito”. E non possiamo non interrogarci tutti come individui e come collettività».

Quali interrogativi pone una vicenda di questo tipo?

«Davanti a storie come quella della signora Wendy, drammatiche e tragiche, siamo in presenza di una domanda estrema di sostegno e di cura. Wendy ha perso un figlio, uno dei lutti più terribili e pesanti. Oggi, tanti genitori che si trovano ad affrontare questa tragedia, sono aiutati e sostenuti a superare il lutto e a elaborarlo. Ho presente tanti che iniziano, in nome del figlio che non c’è più, a creare progetti di aiuto, a sostenere iniziative già esistenti a sostegno di cause benefiche e di solidarietà: è allora che da un male nasce un bene. Dalla morte, la speranza di aiutare altre vite. Non c’è alcuna “compassione” nel favorire la morte di chi vive una stagione di buio dell’animo, di depressione. Non si può quindi restare in silenzio di fronte alla violazione della sacralità della vita».

Cosa si intende per compassione in una storia così?

«L’unica compassione è prendersi cura, assumere la responsabilità. Viviamo in un tempo dove sembra sempre più evidente l’urgenza della responsabilità di prendersi cura dell’altro. Responsabilità personale e comune, come società civile e come istituzioni. Quando affrontiamo i temi del fine vita si incontrano linguaggi diversi: quello della medicina, quello della filosofia, quello della teologia e quello del diritto. Farli dialogare è il primo passo per capirsi. Termini come eutanasia, suicidio assistito, sedazione palliativa, accanimento terapeutico e consenso informato indicano realtà differenti e richiedono precisione per evitare semplificazioni. Non è il mezzo in sé che definisce l’accanimento terapeutico, ma il bene complessivo del paziente. Sospendere un trattamento diventato sproporzionato non è, infatti, eutanasia».

Come si affronta il dolore?

«Una particolare attenzione va sempre rivolta proprio al tema del dolore e della sofferenza. Due realtà che procedono appaiate: il dolore ha una componente fisica, ma la sofferenza coinvolge l’aspetto emotivo, psicologico e spirituale. Ci si deve prendere carico di questa situazione e trovare risposte sempre più adeguate all’esperienza del dolore e della sofferenza. Occorre riaffermare la centralità della persona con la sua intrinseca dignità, riconoscerne i reali e concreti bisogni e fornire risposte sempre più attente.

E il ruolo di chi assiste?

«Fondamentale la formazione continua del personale sanitario, sociosanitario e di tutti gli operatori, per far progredire i valori etici del servizio, le loro motivazioni e la capacità di gestire le attività, affrontando anche le difficoltà, le delusioni e le incomprensioni nel rapporto con ogni singolo soggetto interessato e i suoi familiari. Decisiva poi la capacità di ascolto, dialogo e comunicazione, verbale e non verbale, da parte degli operatori sanitari per creare un’alleanza che permetta di aiutare, servire e accompagnare. Servono iniziative di dialogo con la società civile, per promuovere una cultura dell’accoglienza, della vicinanza e della presa in carico, evitando quella che Papa Francesco chiamava la “cultura dello scarto”. Al contrario dobbiamo promuovere la solidarietà, la giustizia e la fraternità, dedicando attenzione, accoglienza e cure alle persone più fragili».