Per la legge servono limiti stringenti e oggettivi: un approccio saggio per evitare derive pericolose
Di Riccardo Mensuali (articolo pubblicato su Avvenire mercoledì 8 luglio 2026)
La Corte costituzionale è stata di nuovo chiamata a esprimersi sulla legittimità di uno dei criteri necessari per riconoscere la non punibilità del reato di aiuto al suicidio, quello dei sostegni vitali.
La Consulta viene invitata a esprimersi di nuovo su qualcosa su cui si era già pronunciata. Tutto questo fa semplicemente parte del lavoro di quell’organo costituzionale. In Italia il giudice delle leggi non sottostà neppure a sé stesso. Non vale, infatti, il principio dello stare decisis, il rimanere vincolati a sentenze precedenti: la Corte può cambiare orientamento e contraddirsi. Anzi, probabilmente deve. Argomentando perché lo fa. Per il semplice fatto che non è la Costituzione che cambia, siamo noi che la comprendiamo meglio, di più, o più profondamente, anche alla luce dei mutamenti della società, dei suoi valori, del valore che i tempi e la mentalità corrente danno a certe parole.
Meraviglierebbe, dunque, stupirsi se e quando la Consulta dovesse cambiare orientamento, perché modificare posizioni è parte del suo mandato. Ci sono stati casi piuttosto famosi. L’obbligo di imporre alla prole il solo cognome del padre è rimasto costituzionale solo fino al 2022. Lo stesso vale per l’ergastolo ostativo, secondo cui il condannato all'ergastolo per reati di mafia che non collabora con la giustizia era automaticamente escluso da qualsiasi beneficio penitenziario. Solo nel 2023, e dopo aver denunciato l’inerzia del Parlamento, la Corte dichiarò incostituzionali tali limitazioni.
Una simile evoluzione ha colpito gli ex reati a tutela del sentimento religioso, smantellati solo negli anni ’90. Uno dei criteri con cui la Corte modifica, corregge e completa sé stessa è la lettura del testo costituzionale alla luce dei mutamenti del sentire e del vedere comune. Che non è tanto il vedere e il sentire dei singoli giudici – comunque persone inserite nella storia e con una storia – ma è il sentire della società e del tempo.
In Italia, al momento, un sistema giuridico che permette un’assistenza al suicidio esiste già: non è dato, però, da una legge nazionale ma dal combinato disposto di un insieme di sentenze della Corte e da un insieme eterogeneo di regole regionali. La Corte, da anni, invita il Parlamento a fare una legge. Quest’ultimo, che è del tutto libero di non farla, fino a oggi non l’ha fatta. Si comprende, in effetti, l’enorme difficoltà a normare aspetti e momenti della vita così delicati e complessi.
Eppure, non possiamo neppure fingere che nel mondo tali leggi non esistano. Al contrario: alcune sono profondamente aperturiste e irresponsabili. Una forte propensione a creare e liberalizzare un diritto soggettivo (anche dei minori) all’eutanasia pare la cifra più comune delle legislazioni liberali contemporanee. E l’Italia è un Paese liberale, dove le leggi le fa il Parlamento e, in esso, le maggioranze del momento.
Qualcuno sostiene sia preferibile, al fine di evitare derive eutanasiche, non promulgare alcuna legge e lasciare la situazione com’è. Ma siamo certi che lasciare alla Consulta (e alle regioni da lei legittimate) la responsabilità di riformare la normativa coincida con la più illuminata strategia per tutelare il maggior bene dei cittadini?
Accusare la Corte di “voler fare le leggi” è affermazione che cade facilmente: spesso è solo parte del suo lavoro. Sentenze ablative e creative sono ordinari strumenti del lavoro di quell’organo.
In Germania se per accedere al suicidio basta e avanza una volontà libera e attuale, senza alcun riferimento a criteri e patologie oggettive, si deve “ringraziare” la Corte costituzionale di quel Paese. Non è che il fatto che la Corte “apra” produca pendii meno scivolosi di quelli che potrebbe aprire una legge. Una legge, almeno, esprime con più chiarezza la visione di quella parte di elettori che ha votato chi la legge la propone e la sostiene.
Un nuovo Parlamento potrebbe benissimo prendere in mano la situazione e avviarsi a concepire il diritto pieno all’eutanasia, al momento decisamente escluso. Parte ragguardevole dell’opinione pubblica spinge in tale direzione. Del resto, se le leggi contribuiscono a fare una cultura, è pur vero anche il contrario: la mentalità della maggioranza della popolazione trova, prima o poi, necessario sbocco e legittimo specchio nei suoi rappresentanti politici.
Su due punti, a ogni modo, conviene rimanere fermi. Innanzi tutto, i limiti stringenti e oggettivi che, soli, permetterebbero una depenalizzazione non costituiscono una gabbia poco misericordiosa e cinica, che deriverebbe dal fatto che i cattolici, in Parlamento, sarebbero amici della sofferenza e del dolore. Al contrario, sono, tali limiti, un saggio segno di attenzione a che la vita sia custodita e protetta da pericolose derive. Legare la limitata depenalizzazione a criteri quali la terminalità e l’esito infausto della patologia permette di continuare ad affermare che la malattia va presa in carico, che le patologie chiamano alla responsabilità di salvare la vita, non eliminarla. Che non desiderare di soffrire è parte della vita.
La seconda dimensione, fondamentale, è il rafforzamento e l’inclusione delle cure palliative come offerta che il Sistema sanitario si obbligherebbe a fornire. Offerta sempre rifiutabile ma vincolante per lo Stato. Tutti gli studi e le ricerche provano come le cure palliative possano ridurre la spesa sanitaria pubblica permettendo di ricorrere a meno ricoveri, meno interventi ospedalieri d’emergenza e meno procedure intensive in fasi terminali. E valorizzano la sinergia e la complementarietà tra pubblico e privato, tra professionisti e volontari. È il contrario dello spreco.
Una visione strategica sulla lunga distanza non può non tenerne conto. Se legge dovrà essere, se ne misurerà il valore di civiltà, in un tempo di scarso rispetto per la vita, se l’Italia saprà dotarsi di una normativa che trasmetta il messaggio che ammalarsi, gravemente, richiama cura. Né morte né indifferenza, spesso primo passo per lasciar morire.


