Commento di don Riccardo Mensuali (PAV) sui casi di Arezzo e di Grinzane
di Riccardo Mensuali, articolo pubblicato su Avvenire domenica 19 luglio 2026
La vicenda della condanna definitiva dell’orafo che ha ucciso i ladri del suo negozio, dopo che erano fuggiti dal luogo del delitto, sta monopolizzando menti e social. È invece passata molto più inosservata la decisione della Corte d'Assise di Arezzo che ha assolto una donna dall'accusa di aver ucciso la madre novantatreenne, riconoscendo la sua totale incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti. Eppure, per l’uccisione di un genitore, ci sarebbe anche l’aggravante.
Conviene chiarire qualche principio, che nella canea di questi giorni rimane tristemente sepolto. In Italia esiste l’assoluto divieto di giustizia privata e la legge sulla legittima difesa del 2019 non lo ha certo smantellato. I tre gradi di giudizio sono, inoltre, a tutela dell’indagato. Né è stata introdotta la cancellazione del reato di omicidio, solo perché la vittima è gravemente malata. Non si può uccidere la mamma perché la sua malattia crea un problema familiare nell’accudimento.
Le direzioni diverse che hanno preso giudici diversi si basano sul fatto che le norme, anche quelle del Codice penale, è solo dentro il processo che prendono vita. In un sistema liberale e democratico viene data dignità, in pari grado, all’accusa e alla difesa, in una dialettica interna al processo, non fuori, per la strada. Lo scopo di uno Stato di diritto, quando commina pene, è di verificare e sottolineare il disvalore di un comportamento e di riabilitare il colpevole attraverso una pena. Che è il medesimo Stato che commina, non il singolo cittadino. È ovvio che, a tale fine, da sempre il processo prende in considerazione le circostanze, valuta la persona che ha commesso il reato nel suo insieme, crea collegamenti con la sua storia personale, ascolta testimoni, si sviluppa, verifica la capacità mentale dell’indagato di rendersi conto del reato che avrebbe commesso e persino il suo stato emozionale. Soprattutto, visto che il fine è far diminuire la pericolosità sociale e quindi i reati, prende in somma considerazione la coscienza o meno del misfatto: il pentimento, o in termini più laici il rammarico e il riconoscimento per un atto di disvalore morale e sociale. Da qui, il principio del patteggiamento.
Il nostro non è uno Stato etico, il codice penale non è il catechismo, eppure uno Stato liberale tende a sostenere un convivere pacifico, onesto, non pericoloso. Ha un’etica anche lo Stato liberale. È proprio in questo tornante che le due storie divaricano e si contrappongono. Roggero, da sempre, si è ritenuto l’unica vittima dell’intero episodio, non una delle vittime e la più fortunata. Anzi, vittima di un sistema e di una società che non sa tutelare la sicurezza dei cittadini. Dimenticando che l’assoluto divieto di giustizia privata serve proprio a questo: a tutelare la certezza che se io offendo qualcuno, quello non mi offende a sua volta, magari senza alcuna proporzione rispetto al misfatto mio.
Roggero, e forse i suoi legali, hanno chiaramente tentato di allargare in maniera esponenziale i confini della legittima difesa, provando a farci rientrare l’uccisione dell’offensore in totale assenza di minaccia attuale e di pericolo imminente per la propria incolumità. Una linea politica e sciagurata. La figlia che ha soppresso la madre malata ha mostrato un evidente rimorso: una coscienza turbata da un male compiuto. Se un processo non è un confessionale, almeno però si propone di rendere cosciente il cittadino della differenza tra male e bene secondo la legge. Vale la pena sottolineare che l’omicidio della madre malata è gravissimo, e che la sentenza di assoluzione si assume un rischio enorme: diventare un messaggio fuorviante per la società, come se sopprimere la vita di una persona malata fosse divenuto legittimo: non lo è, anzi, è più grave che non uccidere un estraneo. E in Italia ci sono molti più figli con genitori malati che orafi. Per questo, però, bisogna sottolineare come la donna non abbia mai avuto alcuna intenzione di ergersi a profeta di una riforma del reato di omicidio. Soprattutto, l’assoluzione è giunta per incapacità di intendere e di volere, dopo accurate indagini.
Le due tristi vicende, che hanno condotto alla morte di tre persone, ci ricordano la sacralità di ogni vita umana, anche quella sbagliata o malata, quella che si dà alle rapine, come quella che è diventata molto complessa da accudire. E ci ricordano che in uno stato liberale, le norme - e i processi che le applicano - sono a tutela della sicurezza della vita e non possono giustificare quel tasso enorme di emotività che farebbe diventare il mio desiderio un legittimo diritto. Basta ricordare un buon padre di famiglia che ha due figli e che, prima o poi, avrà dovuto di certo dire: «Non dovevi picchiare tua sorella, lo dovevi dire a me o alla mamma, ci pensavamo noi». Se ancora ci sono padri così. Lo Stato non è paternalista, ma è giusto perché la legge del taglione è sommamente ingiusta e disumana: indegna di uno Stato civile, foriera di catene di violenza di cui, in un clima sociale particolarmente avvelenato, non si sente proprio il bisogno.


